Guess who’s (NOT) coming to dinner. L’harakiri del rock’n roll abbronzato

Se quella maledetta monetina non avesse mandato Ritchie Valens sull’aereo con Buddy Holly e Big Bopper, ma il meno promettente Tommy Allsup, forse oggi staremmo raccontando un’altra storia. Certo, definire quella notte The Day the Music Died è forse un azzardo, ma la maglietta “grunge is dead” indossata con disinvoltura da Kurt Cobain dimostra come la morte nella musica sia il migliore spot possibile. Certo, tra il ’50 e il ’60, contemporaneamente al tragico incidente aereo, il rock’n roll aveva subito colpi da knock out davvero niente male: mentre Elvis arruolava il suo ciuffo impomatato, Little Richards si ritirava per andare a predicare dogmi religiosi, e Jerry Lee Lewis e Chuck Berry difendevano i loro culi libidinosi in tribunale. Lo scandalo payola, infine, piazzava sapientemente una bella pallottola nel cranio della musica che tanto piaceva ai giovanotti stanchi del perbenismo alla Eddie Fisher.

In quegli anni, negli Stati Uniti del maccartismo più paranoico e della ghettizzazione razziale, la musica era un bene di consumo soprattutto per i bianchi. Motivo per il quale molti visi pallidi scimmiottavano il jazz, il boogie woogie e lo swing. Era certo più facile vendere i dischi di un ragazzino ariano con rassicuranti occhialini, piuttosto che quelli di un Roy Brown o di un Big Joe Turner. Buona sorte ha voluto che la lezione sia stata appresa per bene dagli alunni in cadillac; tanto bene che dagli anni di Happy Days e American Graffiti in poi, la parola del rock’n roll in tutte le sue mille sfaccettature pare sia divenuta proprietà dei figli dei coloni. Piuttosto ironico, considerando che le sue più remote origini si fanno risalire ai canti degli schiavi neri nelle piantagioni di cotone.

Il rock’n roll, ad ogni modo, si è ripreso con vigore da quegli anni di sfighe a raffica, e negli ultimi 40 anni ha mutato forma come forse solo il T-1000 di Terminator 2.  E’ però purtroppo un dato di fatto che nel panorama internazionale (non parliamo chiaramente di quello nostrano) i musicisti neri abbiano abbandonato la loro forse più longeva creatura, per darsi ad altri generi comunque di prima fascia. (No, i Living Colour non valgono, Andre). Certo, ci sarà sempre un bassista bravo come Cass degli Skunk Anansie, un batterista che sa fare il suo mestiere come Gary Powell dei Libertines, o un eccentrico front man come Kyp Malone (non prendo neanche in considerazione il balordo dei Bloc Party), ma avete capito cosa intendo. Va bene, 2step e r&b portano un sacco di soldi, ma vuoi mettere la soddisfazione di sudare su di una pentatonica double-stops a ritmo hambone??

Dai ragazzi, tornate sul pezzo. Prometto che se lo farete bene tornerò ad acquistare legalmente musica.

Ah, se Bonz degli Stuck Mojo ci stai leggendo, per favore, smettila di cantare testi sudisti. O quantomeno leggili prima di sbraitarli. Sei nero. Non fai il tuo gioco.

Annunci

2 pensieri su “Guess who’s (NOT) coming to dinner. L’harakiri del rock’n roll abbronzato

  1. Pingback: Summer time, and the livin’ is easy.. la TOP 10 di (this) | (this)

  2. Pingback: Da Johnny B. Goode a Vasco Brondi: dove abbiamo sbagliato? | (this)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...