Incattivirsi contro Sanremo ha ancora senso?

Bullismo durante Sanremo
Cosa succede agli italiani quando la TV nazionale trasmette Sanremo? Quale corda di insoddisfazione e rancore tocca questo festival, innocuo per 50 anni e oggi valvola di sfogo della più feroce cattiveria da tastiera?

Un tempo le reazioni si dividevano tra pro e contro, le discussioni a riguardo si limitavano al “lo hai visto quel cantante?” “No.” e tutti amici come prima. Per qualche mese le radio trasmettevano varie hit monouso e qualche ultimo classificato sbancava a caso le classifiche italiane. Punto.

Oggi Sanremo è la cosa più vicina ad un talent alla X-Factor o the Voice, ma con in gara uno spettro di cantanti che va da “Ero in classifica quando Andreotti era portaborse” a “Facciamo presto che domani ho la verifica di geografia”. Ora, senza soffermarsi su questa linea adottata per raccogliere quattro generazioni di spettatori, il vero problema è che il pubblico non ha ancora capito la differenza tra X-Factor e Sanremo. Certo, si vota da casa, si canta più o meno bene e si indossano capi orrendi in entrambi. Ma la necessità dell’interazione è ben diversa.

Mi spiego. Stiamo parlando di un programma che probabilmente era in sottofondo mentre venivate concepiti, e che già allora risultava fuori dal tempo. C’è davvero bisogno che tiriate fuori tutta la cattiveria possibile per sottolinearne l’inadeguatezza? O seguire l’onda di chi usa Twitter una settimana all’anno per smerdare una vecchia gloria che si rimette in gioco vi fa sentire parte di qualcosa di più grosso?

Bè, sorpresa: quel qualcosa di più grosso è il bullismo. Bullismo dei peggiori tra l’altro, perchè inflitto in maniera vigliacca tramite un account che vi identifica come @CippaLippa86. Che differenza c’è tra quattro ragazzotti scemi che strattonano un ragazzino nerd con un maglione di merda, e seicento scimmie che si accaniscono sul vestito di una cantante vittima di un fashion designer ubriaco? La differenza è che almeno i primi ci mettono faccia e mani. Che poi vorrei vedere come sono vestite tutte queste paladine del buon gusto mentre twittano l’ennesima arringa contro l’ardito accostamento di tessuti ora in onda. Ad andar “bene” parliamo di pigiami di pile con orsetti e calzettoni di spugna comodoni.

Se GarageBand ha dato a tutti la certezza di essere delle rockstar, lo smartphone di essere dei fotografi e la GoPro dei registi, i social network hanno convinto orde di macachi tecnologicizzati di essere dei Bill Hicks pungenti e unici nel loro genere. Bè, non è così.

Durante Sanremo il popolo si ribella cosí al padrone, cercando quello spiraglio di autodeterminazione che non gli è concesso nella vita politica. Per quattro giorni all’anno può insultare il servizio pubblico, le personalità e tutto il sistema dello spettacolo impunemente, salvo poi offendersi se uno di loro fa la battuta sbagliata (vero, difensori di Ezio Bosso, che inveite contro Spinoza ma avete le chat di Whatsapp intasate di montaggi in cui Andrea Bocelli viene perculato in ogni modo ma quella dai è cecità è meno pesa?). Questa Rivoluzione d’Ottobre digitalizzata non è altro che una gangbang di autocelebrazione conformata alla massa, la cui iperbole orgasmica è il retweet di profili simpaticoni con qualche migliaio di fan in più.

Sanremo può non piacere (e ci mancherebbe), ma in quel caso fate altro. Ci sono un sacco di libri da leggere, strumenti da suonare, concerti da vedere, film da riguardare e donne/uomini da conquistare. Ingobbirvi sul telefono dandovi cinque alti virtuali per il vostro comune dissenso non aumenterà la qualità del vostro tempo libero. Giuro.

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11 motivi per cui la vostra band non ha avuto alcun successo

Chi di voi ha imbracciato almeno una volta uno strumento musicale ha provato a metter su una band. E’ naturale. E sarebbe un problema il contrario. Voglio dire, quando vi siete masturbati la prima volta non erano forse le prove generali per un obiettivo ben più sensato e partecipativo? Quando avete comprato la prima mini 4WD non era forse per sfidare quello stronzo di 4°D nella pista parrocchiale? Ecco, con la musica è lo stesso. Peccato però che dai tempi dell’ammutinamento del Bounty mettere d’accordo più persone su come raggiungere un obiettivo comune sia opera titanica e spesso fallimentare. Quanti soldi spesi in sala prove a provare e riprovare riff che oggi neanche ricordate. Quanti live alla Festa de L’Unità di Frascati sono rimasti fuori dagli almanacchi della musica contemporanea.

Insieme a Laura Agnusdei di Pill Tapes abbiamo provato a elencare i motivi per cui la vostra band è finita prima di comparire in una qualsiasi classifica di Brand New o anche solo sul palco del dopolavoro ferroviario.

MANCATO INCASSO – Nessuno ama fare cose aggratis, a meno che non si parli di sesso o di violenza (quando le due cose sono combinate, invece, tendono a costare molto più della somma delle parti). La band musicale è la prima sostenitrice di se stessa (fidanzate e madri dei membri a parte, ma nemmeno sempre), e per questo motivo non offrirebbe mai i suoi eccelsi servigi senza adeguata remunerazione. Tuttavia, i gestori di locali hanno ahimè visioni diametralmente opposte e sfrutteranno fino a che SIAE non ci separi le band per un tozzo di pane e un sorso di birra calda. E’ la naturale evoluzione di una band. Si chiama gavetta. I futuri rockettari da copertina però non ci stanno, e pur di non piegarsi a questo vile ricatto (visibilità in cambio di intrattenimento) decidono di marcire in cantine umide a progettare il prossimo grandioso concerto. Che chiaramente non arriverà mai. “Ma se così non fosse saremo preparatissimi. Basta solo togliere un po’ di muffa dagli strumenti e darsi una spruzzata di acqua di colonia e umiltà”. Keep on trying!

LA SVOLTA POP – Guarda la luna ma punta al dito diceva sempre il cane idrofobo di mio zio. Bestia malvagia e puttana, ha messo a repentaglio le mie falangi in non so più quante occasioni. Nella sua semplicità canina non aveva però tutti i torti. Ok voler arrivare a creare prog-rock in 7,36 ottavi, ma quante persone rimarrebbero a guardarvi live? Quante invece uscirebbero a fumarsi una paglia ridendo di voi con una sconosciuta per provare a portarsela a casa? Quando capisci di essere argomento di conversazione per sconosciuti con l’ormone guerriero è arrivato il momento di darsi ad una svolta pop. Fatelo per il vostro pubblico. E per non obbligare i vostri amici a dire di apprezzare il vostro nuovo disco con innesti di cornucopie e ritmiche tribali. Ovviamente la metà dei musicisti della band non ci starà, il gruppo si scioglierà e loro finiranno a proporre suoni concettuali e sperimentali di peti di furetti e spadoni a due mani sbattuti contro una ringhiera di ghisa. Quando li ritroverete live in un centro sociale di periferia, almeno avrete un asso nella manica per portarvi a letto la biondina in terza fila.

L’ECLETTISMO – “Gli opposti si attraggono”. Una stronzata così grossa non si sentiva dai tempi del De Bello Gallico. Eppure la nostra generazione è stata bombardata da queste porcate stile Dynasty, sin dai primi cioccolatini e gelati con barzellette disegnate sopra. Tale assunto non può che valere anche per i gruppi. Avete mai provato a mettere insieme un chitarrista hard rock un batterista funky un bassista blues e un cantante salentino di Squinzano (LE)? Il risultato sarà un totale fallimento. O i Negramaro. Che però alla fine è lo stesso. Dopo pochi mesi di onanismo in do maggiore i ragazzi capiranno di avere background e ambizioni troppo diverse. Si scioglieranno. Ma curiosamente, si ritroveranno tutti nello stesso fast food ad assemblare panini americani. L’ambizione talvolta è sopravvalutata.

Continuate a leggere su Pill Tapes i motivi per cui la vostra band si è sciolta. Sono due articoli e li trovate qui e qui. Scoprite quali e quanti degli 11 motivi elencati sono stati scritti dal team di (this), e vincerete il posto di cembalista in una band techno-blues. La Yoko Ono del nuovo millennio è la sconvolgente mancanza di autocritica di un chitarrista indie senza talento.

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Il quadrato semiotico degli hippie AKA come sono sopravvissuto ad una serata con 3 generazioni di freak

La fine dell’estate è notoriamente una merda, a meno che non siate disoccupati in attesa di risposte alla vostra mail con tanto di CV o un organizzatore di sagre del porcino. Curiosamente, però, entrambe queste categorie convivono serene all’interno dell’evento più malinconico e geriatrico attualmente in programma nelle vostre città: la Festa dell’Unità. Li puoi incontrare qui mentre ti vendono i loro risotti o le sottoscrizioni ad un partito che non esiste. Li osservi mentre servono bevande costose per finanziare attività dal basso. Subisci il loro sguardo sgomento quando gli confidi che sì, la tua laurea ti è servita a trovare un lavoro.

Sono andato alla Festa dell’Unità di Bologna per vedere il concerto degli Inti-Illimani, band cilena portabandiera del comunismo militante degli anni ’70 e sostenitrice del flauto di pan ad ogni costo. Mia madre li vide in concerto alla Sapienza di Roma in quegli anni, quando alzare il pugno sinistro aveva un significato più complesso del provocare una curva di fascistelli dopo un gol e le maree di studenti sognatori cantavano in coro la hit dell’estate “El Pueblo unido jamas serà vencido” (scaricala qui in versione suoneria per il cellulare). Mi ha talmente stremato negli anni con i loro dischi che ho deciso di vederli dal vivo. Questo è ciò che ho vis(su)to.

Arrivo allo stand Estragon intorno alle novemezza, dopo aver acquistato sul posto un kebab che lo assaggiassero in Medio Oriente avrebbero finalmente loro le motivazioni per attaccarci via aerea. Il palco è stato sapientemente sistemato di fronte al ristorante argentino (nazione notoriamente amica dei cileni) e di fianco allo stand dei Giovani Democratici. Gli stessi Giovani Democratici, evidentemente consci dell’ossimoro rappresentato dal loro nome, hanno optato per una curiosa scelta cromatica dei loro striscioni, che mette in secondo piano la preposizione articolata “ai”. Le interpretazioni dei presenti di tale grafica visionaria sono molteplici.

stand-giovani-democratici-bolognaSecondo alcuni si tratta di una premonizione stile La Zona Morta o Final Destination su una futura piazza cittadina, da dedicare post mortem al movimento. Per altri è una affermazione non virgolettata di chiunque si trovi un loro corteo in mezzo alle palle il sabato pomeriggio. A me piace pensare sia il possibile manifesto elettorale di quello che ad oggi rimane l’unica figura di riferimento per la mia crescita intellettuale: Largo LaGrande.

Largo LaGrande durante una recente tribuna politica

Largo LaGrande durante una recente tribuna politica

Comunque sia. Chiamare a suonare un gruppo di cileni a ridosso dell’11 settembre è una scelta coraggiosa che non si può che apprezzare. Chiamare un rap(p)er di New York fatto di meth e risentimento, d’altra parte, non avrebbe fatto vendere la stessa quantità di birre agli organizzatori. Naturale quindi optare per la band che con il golpe Pinochet, avvenuto proprio mentre erano in tour in Italia, ha perso praticamente tutto.

Quando arrivo allo stand i posti sono già praticamente esauriti. La platea è composta da una fila di una 50ina di sedie di plastica occupate dai fan della prima ora. Sulle fasce stazionano i figli, mezze ali dal passato protoanarchico pronti a crossare al centro. Lì, nell’area piccola sotto il palco, i nipoti in kefiah e cresta aspettano voraci la palla giusta per inneggiare ad Allende ed alzare il pugno sotto la curva. In panchina i giovani democratici non fanno un cazzo come al solito se non spinottare birre e blaterare di rivoluzione caricata a salve.

inti-illimani-bolognaI toni, fatta eccezione per qualche bandiera cilena e alcuni striscioni contro i regimi, sono pacati. Almeno fino alle hit più attese (Samba Lando ed El pueblo unido), quando sotto il palco partono ingiustificate tarantelle tra i più giovani. Fanno capolino pezzi di Victor Jara e addirittura un Buonanotte fiorellino che lascia sgomenti i più.Uno dei chitarristi riesce anche a far battere le mani al pubblico su un tempo di 7/8. Thumbs up per te.

L’offerta All Inclusive Minuti Veri di tutte queste generazioni di intellettuali combattenti si rivela alla fine dei conti un pacchetto inoffensivo e festante. Guardandomi intorno mi chiedo piuttosto come facciano i venditori ambulanti della Montagnola a non essere miliardari con tutti gli stracci di canapa e i sandali di cuoio fatti a mano che vedo, ma questo è un altro discorso.
[NdA: Per chi all’università fosse stato troppo impegnato a lavarsi per accorgersene, i vestiti di canapa a righe tendenzialmente marroni e gialle sono la divisa ufficiale dei militanti extra-parlamentari. Per chi poi all’università fosse stato troppo impegnato a laurearsi per accorgersene, i militanti extra-parlamentari delle facoltà sono quelli che ora vi vendono il mutuo per la ristrutturazione della casa o gestiscono la fabbrica di famiglia nel Triveneto].

Se tutta la situazione che ho davanti agli occhi fosse un quadrato semiotico la descriverei al prof in sede di esame in questo modo:

quadrato-semiotico-degli-hippie

Scrivetemi per qualunque dubbio o puntualizzazione circa questo schema. Sarò felice di non sapervi dare una risposta dal momento che l’ho disegnato ad un after party alle 7 di mattina mentre un complice stendeva righe di keta.

A parte la sensazione di aver appena partecipato ad un macabro rito di necrofilia uditiva (intendendo con ciò l’attitudine ad ascoltare cose morte da tempo e riesumate per occasioni speciali, un po’ come le risate finte delle sit-com, registrate negli anni’50 e quindi uscite dalla bocca di gente oggi probabilmente morta) esco dal Parco Nord meno turbato di quanto temessi.

Certo, nel nostro Paese le velleità rivoluzionarie che nel Sud America hanno riscritto la storia sono credibili come le pretese di genuinità di un risotto liofilizzato. Ma se riesci a esulare dal contesto grottesco di slogan di cartapesta e hippie a piede libero (letteralmente) intorno a te, puoi provare le stesse sensazioni che provi quando ti propongono all’estero di mangiare la pizza hawaiana con ananas e prosciutto crudo: iniziale disgusto, crescente curiosità per un prodotto così singolare, apprezzamento nel momento dell’assaggio, lieve nausea, buona grazie ma anche basta.

Ecco. Partecipare a questi nostalgici ritrovi intergenerazionali ha il sapore della pizza hawaiana. Tutto sta nel capire a quale livello di nausea siete disposti ad arrivare prima di ammettere: “Buona, grazie, ma anche basta”.

Sasha Grey dj set, ovvero perché l’Italia può uscire dalla crisi

Come già successo in passato, offriamo ad un amico di (this) la possibilità di esprimere il proprio giudizio su un argomento di scottante attualità. Uno spazio di vera democrazia partecipata che in realtà nasconde la nostra pigrizia e mancanza di iniziativa. Mentre Daniele Daino (questo il nome non verificato del nostro amico) tratteggia la serata con argomentazioni inattaccabili, offriamo la sintesi della serata di Sasha Grey a Bologna in versione ridotta tramite i fumetti del Semplicista (in fondo all’articolo).

Rischiando di mettere a repentaglio un rapporto di fiducia instaurato con fatica fra le mille difficoltà tipiche della vita di una giovane coppia precaria, sabato sera ho deciso di assistere al dj set di Sasha Grey all’insaputa della mia ragazza. Scusa Cara, ora lo sai, ma se posso addurre motivazioni plausibili alla mia scelta, sappi che l’ho fatto solo perché secondo Facebook era l’evento dell’anno ( il numero di partecipanti superava quello della popolazione del Liechtenstein).

E’ tarda notte e Bologna sta vivendo il suo primo week end di primavera. Tanto basta a riempire strade che fino a una settimana prima sembravano il set per l’ultimo sequel di Silent Hill. Bologna è sempre stata città di poser: il vero party harder si fa pestare un mojito e lo sorseggia in dehor anche se Thor, Subzero, Blizzard, Booster o qualsiasi altro fottuto buridone invernale di turno sta sferzando la città. Ma siamo in pochi a crederci.

Oggi invece sono tutti fuori. Mi dirigo verso le ex Scuderie superando a fatica una selva di bonghi, dodicenni bulimiche in pantacalze seviziate da tamarri dell’Itis Majorana, secrezioni organiche prodotte da stomaci catanesi in subbuglio per colpa di capponata del Lidl e spacciata come cucinata sul momento manco si fosse il più abile e cocainizzato cuoco di master chef al solo fine di farsi figo con l’amica della coinquilina conosciuta al corso di tessuti. Mi volto un secondo indietro per riammirare lo spettacolo umano di Piazza Verdi. Un inferno simile è tutto ciò che augurerei a un comitato di residenti scassa cazzo. Ops, mi ero scordato, non c’è bisogno dell’augurio, lo vivono davvero, che bello.

E’ mezzanotte passata. Ho paura che Sasha abbia già iniziato il suo set. Cazzo sarà un carnaio ingestibile, per arrivare vicino alla consolle dovrò superare qualche migliaio di onanisti sfegatati, ed esibizionisti da chat roulette. Chissà che entrata avrà fatto. Avrà lanciato dildos colorati a una folla di misogini in delirio come fanno le standiste al Motorshow con i cappellini della Polini. Magari si è presentata con un costume di scena, che so, sfoggiando i residui un dirty sanchez  ( per chi non conoscesse http://www.urbandictionary.com/define.php?term=dirty%2Bsanchez) con il moustache alla francese. Oppure, da brava paraculo avrà scelto un costume fatto apposta per esaltare la platea del belpaese, magari la foto di rocco Siffredi spillata sul petto tipo Gheddafi in visita ufficiale o una maglietta con Gramsci che fa un Tony danza alla Merkel ( per chi ignori il significato del Tony danza ecco qui un altro suggerimento ipertestuale http://www.urbandictionary.com/define.php?term=tony%20danza).

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Forse volo eccessivamente con la fantasia, l’organizzazione ha già fatto intendere che sarà un dj set sobrio ed elegante. Lo ammetto, sono un fan dell’ultima ora, conoscevo poco la carriera della Grey ma con grande abnegazione mi sono subito informato sulla carriera della pornostar/artista/marxista/attrice/performer/. Più che i tutorial su Youporn, utili soprattutto a capire perché anche rocco Siffredi le dedicò attestati di stima con serafiche esclamazioni del tipo “Cazzo ragazza vacci piano”, è il capitolo riconoscimenti di Wikipedia ad avermi impressionato. Una sfilza di premi da far impallidire persino il palmares del Barcellona di Messi o il finto curriculum di Giannino. Ve la incollo no per pigrizia, ma solo per dare idea dell’impatto visivo:

  • 2007 AVN Award for Best Three-Way Sex Scene – Fuck Slaves (con Sandra Romain e Manuel Ferrara)[16]
  • 2007 AVN Award for Best Group Sex Scene (Video) – Fashionistas Safado: The Challenge[16]
  • 2007 XRCO Award for Best New Starlet[17]
  • 2007 Adultcon Top 20 Adult Actresses[18]
  • 2008 AVN Award – Best Oral Sex Scene, Video – Babysitters[19]
  • 2008 AVN Award – Female Performer of the Year[19]
  • 2008 XRCO Award for Female Performer of the Year[20]
  • 2009 XRCO Award for Mainstream Adult Favorite[21]
  • 2010 AVN Award for Best Anal Sex Scene – Anal Cavity Search 6[22]
  • 2010 AVN Award for Best Oral Sex Scene – Throat: A Cautionary Tale[22]
  • 2010 AVN Award for The Jenna Jameson Crossover Star of the Year[22]
  • 2010 FAME Award – Favorite Oral Starlet

Questa sera però si parla di musica. Sasha non è Sara Tommasi, non è idiota e non ha studiato alla Bocconi (spesso sono sinonimi ). Musicisti non ci si improvvisa cosi da un giorno all’altro e la ragazza anche in questo campo presenta un cv di tutto rispetto. Già nel 2007 era stata scelta dagli Smashing Pumpkins per l’artworkdell’album Zeitgeist ed era apparsa nel video musicale di Superchrist.

Nel 2008 ha iniziato una collaborazione con Pablo St. Francis in un progetto industrial chiamato aTelecine e fonti non confermate mi dicono che abbia pure inciso un pezzo coi Throbbing Gristle e ha prestato la voce per un pezzo dei Current 93.

Current 93, Throbbing Gristle, però, “robba seria”. Mentre inizio a figurare nella mente il set della Grey come una figata degna di Flyng Lotus noto qualcosa di strano. Il locale è semivuoto.

Come???

E i 12500 partecipanti?  E i pullman da Brescia? Non mi dire che erano tutti a Milano già giovedi per la prima data del tour. Ma dai, non ci credo, il fuori salone a Bologna è stato scoperto un anno fa e c’è ancora chi crede che si tratti di una svendita di Aiazzone (forse è meglio cosi.). Qualcosa non torna. L’orologio segna l’una e lo show non è ancora cominciato. In consolle c’è Manali Nic che si diletta in un dj set hip hop degno del miglior lunedì sera al Soda Pop. L’atmosfera è moscia come qualcosa che non è mai stato in mano al main guest della serata. La selva di onanisti si affloscia come piantine di basilico senz’acqua.

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D’un tratto si spengono le luci è lei, si è lei. No è un’altra signorina in abiti succinti che armeggia con il pc. Un secondo entra un’altra ragazza, ha il caschetto, si lo stesso che sfoggiava a DeeJay Tv, a folla si infiamma, è lei ! Può partire l’house of bordello!

Mica tanto.. la Grey entra in punta di piedi con una timidezza al limite del candore, sembra una scolaretta di quelle cantate da Vasco nei suoi evergreen, ma senza alcuna traccia di eroina nell’ambiente. Accenna sorrisi imbarazzati davanti alla platea senza neanche alzare lo sguardo, più che la pornostar più assatanata di tutti i tempi sembra Forza Chiara da Perugia al rientro in classe dopo aver saputo che il proprio video ha raggiunto le prime 40.000 visite. E perché quell’altra sgallettata non si leva dalla consolle?

Parte un mix ignobile, tanto fuori tempo che anche Gaizka Mendieta sotto ketamina avrebbe saputo fare di meglio. Sembra ci sia un problema tecnico. Per questo la ragazza che ha tutto l’aria di essere il suo fonico sta ancora armeggiando con il laptop di Sasha. Ok si può partire, problema risolto, Sasha armeggia pitch e fader agile e sicuro come un deputato grillino  tra i codici della costituzione. La fonica non se ne va. Chiedo lumi agli astanti. “Si certo che non se ne va, è la sua assistente, la aiuta a mettere la musica”.

Per i primi 12 secondi faccio finta di non aver sentito, poi non resisto, scoppio  in una risata fragorosa. Nessuno mi sente, sono tutti ipnotizzati verso il palco in adorazione della ex- dea del porno anche se la sua faccia è gonfia come quella dell’ultimo Elvis. Non capisco sia metadone o stia solo ingrassando per un nuovo ruolo nell’ultimo film di Soderbergh.

La sua consolle non è composta da eunuchi portoricani intrecciati a mò di Tetris. Non è nuda. Lo so non siamo un night, ma cazzo indossa un gillet più castigato di quelli di mia zia Gelsomina. Sembra Jessica Biel quando recitava in Seven Heaven, un toro costretto nei panni dell’agnellino. Si avvicina un collega mi racconta di averla intervistata:

“Che gli hai chiesto? Se si vergognava di compiere queste truffe?” Gli chiedo.
“No gli ho chiesto come mai piace cosi tanto alle donne.” Mi volto di scatto e compio un veloce scan della sala. In effetti di donne ce ne sono, alcune anche vestite in lattice o con tamarrissimi  reggicalze in bella vista. Mi fate tenerezza giovani emuli, se questo è il vostro modo per rimediare una scopata avete scelto davvero la serata sbagliata. Se invece apprezzate l’ecletticità del personaggio, per favore dite a Sasha che continui a dipingere, posare per gruppi fighi, recitare, propugnare la dittatura del proletariato, ma cristo che si levi della consolle. Ho appena sentito approcciare un mix tra revolution 909 dei Daft punk e un pezzo di proto-acid-merdaskrillez- dubstep di quelli talmente brutti da poter fare da soundtrack a un film di Korine. La serata procede con una flemma disumana. Le prime file sono rapite dal set come giovani boyscout davanti a Papa Francesco:  una venerazione molto morigerata.

Cerco di istigare alla violenza un gruppo di militari veneti che accennano un timidissimo “faccella vedè”. Il mio obiettivo è vedere la platea maschile assalire il palco come fanno i marines americani di Apocalypse now quando cercano di “conoscere”le conigliette di Play Boy. Macché, gli onanisti sono atrofizzati da migliaia di ore di buffering e polluzioni in posizione ergonomica. I più normodotati accennano a qualche fischio o qualche coro, ma poi si ributtano a mirare silenziosi un po’  la Grey e un po’ il fondo del proprio bicchiere riflettendo tristi a quanto è lontana l’ultima scopata rimediata ai tempi di Badoo.

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Momento Surreale e dadaista, incontro Bunna degli Africa Unite. Probabilmente è qui da quando ha scoperto delle radici marxiste della Grey. E’ il preludio al Deus ex machina della serata, l’uomo che ribalta le sorti della  festa. Scorgo prima l’inconfondibile cravatta arancione, poi l‘intera sagoma paffuta di Andrea Diprè, critico d’arte, scopritore di talenti da strada nonché mio personale idolo trash.

Il buon Diprè ha fissato un appuntamento a Bologna la Grey, sua grande amica, per realizzare un progetto insieme. L’incontro è avvenuto il pomeriggio stesso e si è sublimato in una performance video artistica in cui il grande critico ha presentato e raccontato un live painting della performer americana. “Lo vedrai su Youtube, fra qualche giorno”. Cazzo, Andrea, Sasha che dipinge e tu che ne decostruisci la poetica è roba da far crashare Youtube e polverizzare tutti i record di quel ciccia bomba sudcoreano che con le sue canzoni di merda sta per far scoppiare la prima guerra termonucleare.

Offro un cordiale ad Andrea per saperne di più, perdendomi fra profonde analisi.
” Sasha…è un personaggio interessante”.

“Perché?

……silenzio.. ”No ti dicevo, è comunque un personaggio stilnovisticamente interessante”

Ti amo Diprè.

Mentre disquisisco con Andrea la serata volge al desio. Nel frattempo c’è stato qualche momento electro non male, ma nel complesso il set si può definire una prestazione ampiamente insufficiente, e poi era tutta farina del sacco della sua collega-stagista- miracolata-dj.

Nulla di fatto, nessuna scena sodomitica, nessuno spettacolo, nessuna orazione a difesa del salario minimo, nessuna lettura musicata di qualche passo del suo bestseller e soprattutto un dj set più imbarazzante di quelli che si fanno alle feste di laurea usando youtube. So che non si tratta solo di una zoccolona, e ho anche provato a spiegarlo alla mia fidanzata (e vi assicuro descrivere come artista tout cort un personaggio che ha vinto per 3 volte il premio come miglior deep throat mondiale non è facile). Conosco la sua carriera da attrice, ha recitato per Soderbergh  ed è andata con un film al Sundance festival, DUNQUE mi chiedo: perché, tra i tanti talenti di cui è dotata, questo interessante personaggio ha scelto di dedicarsi al djing? Perché girare i locali rivelando ai propri fan una incapacità tecnica sconcertante quasi quanto un qualsivoglia outfit di Lapo Elkan?. Il filone “dj set del personaggio famoso che non ha mai visto un vinile o un cd in vita sua” è l’ultimo trend in fatto di truffe legalizzate, ma poiché la cultura è ormai un concetto talmente aleatorio da sembrare un contenitore vuoto da riempire a proprio piacimento, lungi da me criticare questo tipo di esperimento artistico. Mi chiedo solo perché un cristiano dovrebbe spendere 22 euro per una simile boiata. Per nessun motivo, ma se all’estero vedono l’Italia come il paese che candida Patrizia D’Addario a suo rappresentante in Europa, alla fine ci sta che qualcuno provi a infinocchiarci.  È andata male, forse non siamo cosi capre e nonostante tutto c’è ancora speranza  per questo paese. Almeno fino a quando su Facebook non arriverà la notifica “Sei stato invitato al dj set di Sara tommasi”.

We Believe in.

Daniele Daino

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Perchè sfilare nudi a Bologna non porta necessariamente alle dimissioni

dildo-islandUno strumento per monitorare le discussioni sui social media che forse non esiste ma è soltanto il mio insindacabile parere dice che i trend topic di questi giorni sono 3: Minetti, Radiohead e Polverini. Ora, premesso che a questi tre soggetti si associano tre azioni differenti e a loro modo noiose ovvero sfilare nuda, tornare a Bologna e dimettersi dal proprio posto, un semplice gioco di reinterpretazione della realtà (quello, per capirci, tanto caro a Capezzone) renderebbe almeno un poco interessante questa prima settimana autunnale. Allora la Minetti potrebbe dimettersi dal proprio posto mentre i Radiohead potrebbero sfilare nudi, magari per una qualche causa umanitaria. Tuttavia questo porterebbe la Polverini a Bologna e dato che in effetti quella salsiccia al profumo di revisionismo dalle nostre parti non ce la vogliamo ripensiamo gli scambi. I Radiohead potrebbero dimettersi dal ruolo di gruppo più sopravvalutato degli ultimi 20 anni, la Minetti potrebbe fare un salto a Bologna che in effetti di zoccole (nella concezione barese del termine) non ce ne sono mai abbastanza e per finire la Polverini dovrebbe sfilare nuda. Cosa che escluderei a priori dato che è già stata messa in agenda dai Maya per giustificare il casino di fine dicembre. Allora boh, facciamo che i Radiohead spogliano la Minetti mentre la pingue Polverini si dimette dal ruolo di chi ritorna a Bologna. E Bologna si dimette dal ruolo di chi ritorna su se stesso, ripensando a come non infastidire chi si sta spogliando. nakedD’altro canto, chi vorrebbe le dimissioni di una che si sta spogliando? Fosse Thom Yorke per carità, alzerei la mano per primo, ma metti che tutto ciò fosse per un motivo nobile tipo le dimissioni di Sallusti che comunque da qualche parte dovevo infilare come fai a dirgli di no. L’opzione di spogliare il dimissionario Sallusti mentre torna a Bologna mi pare forzata e in effetti non so come l’intervento della Polverini possa in fondo modificare l’impianto di questa teoria. Comunque in qualche modo farraginosa, me ne rendo conto. Di solito si fa subentrare un deus ex machina per sbrogliare una situazione ormai compromessa, ma gli escamotage mi escono sempre artificiosi quindi mettiamo che una delle azioni in più sia “sta per andare al gabbio“. Al fresco suona troppo Starsky e Hutch e dietro le sbarre un fumetto con il sempiterno eroe romantico Gambadilegno braccato da quel cocainomane metrosessuale di Topolino. Mettiamo allora che Gambadilegno si spoglia a Bologna per sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedere le dimissioni del deus ex machina. “Troppo facile così” sarà lo slogan scandito dalla folla inferocita, che da che mondo è mondo non è una folla inferocita se non ha forconi e torce ripescate in cantina per l’occasione dopo i bei tempi dei cappucci bianchi a punta del papà. Il re non potrebbe ignorare la richiesta del popolo e alla fine andrebbe a finire in una maniera male. Roba tipo che paghi tasse o biglietti a caro prezzo per le mancanze altrui. Che siano queste dipartite di aiutanti o aiutanti partite con soldi pubblici. O aiutanti ripartite in frazioni uguali e vendute a Sandro Bondi al mercato vicino piazza Maggiore da un pakistano che nasconde un segreto. Piazza dove io nel dubbio siederò stasera, osservando felice lo splendore del mondo che mi circonda.

(grazie a Mindtapes per il solito prezioso supporto audiovisivo)