Incattivirsi contro Sanremo ha ancora senso?

Bullismo durante Sanremo
Cosa succede agli italiani quando la TV nazionale trasmette Sanremo? Quale corda di insoddisfazione e rancore tocca questo festival, innocuo per 50 anni e oggi valvola di sfogo della più feroce cattiveria da tastiera?

Un tempo le reazioni si dividevano tra pro e contro, le discussioni a riguardo si limitavano al “lo hai visto quel cantante?” “No.” e tutti amici come prima. Per qualche mese le radio trasmettevano varie hit monouso e qualche ultimo classificato sbancava a caso le classifiche italiane. Punto.

Oggi Sanremo è la cosa più vicina ad un talent alla X-Factor o the Voice, ma con in gara uno spettro di cantanti che va da “Ero in classifica quando Andreotti era portaborse” a “Facciamo presto che domani ho la verifica di geografia”. Ora, senza soffermarsi su questa linea adottata per raccogliere quattro generazioni di spettatori, il vero problema è che il pubblico non ha ancora capito la differenza tra X-Factor e Sanremo. Certo, si vota da casa, si canta più o meno bene e si indossano capi orrendi in entrambi. Ma la necessità dell’interazione è ben diversa.

Mi spiego. Stiamo parlando di un programma che probabilmente era in sottofondo mentre venivate concepiti, e che già allora risultava fuori dal tempo. C’è davvero bisogno che tiriate fuori tutta la cattiveria possibile per sottolinearne l’inadeguatezza? O seguire l’onda di chi usa Twitter una settimana all’anno per smerdare una vecchia gloria che si rimette in gioco vi fa sentire parte di qualcosa di più grosso?

Bè, sorpresa: quel qualcosa di più grosso è il bullismo. Bullismo dei peggiori tra l’altro, perchè inflitto in maniera vigliacca tramite un account che vi identifica come @CippaLippa86. Che differenza c’è tra quattro ragazzotti scemi che strattonano un ragazzino nerd con un maglione di merda, e seicento scimmie che si accaniscono sul vestito di una cantante vittima di un fashion designer ubriaco? La differenza è che almeno i primi ci mettono faccia e mani. Che poi vorrei vedere come sono vestite tutte queste paladine del buon gusto mentre twittano l’ennesima arringa contro l’ardito accostamento di tessuti ora in onda. Ad andar “bene” parliamo di pigiami di pile con orsetti e calzettoni di spugna comodoni.

Se GarageBand ha dato a tutti la certezza di essere delle rockstar, lo smartphone di essere dei fotografi e la GoPro dei registi, i social network hanno convinto orde di macachi tecnologicizzati di essere dei Bill Hicks pungenti e unici nel loro genere. Bè, non è così.

Durante Sanremo il popolo si ribella cosí al padrone, cercando quello spiraglio di autodeterminazione che non gli è concesso nella vita politica. Per quattro giorni all’anno può insultare il servizio pubblico, le personalità e tutto il sistema dello spettacolo impunemente, salvo poi offendersi se uno di loro fa la battuta sbagliata (vero, difensori di Ezio Bosso, che inveite contro Spinoza ma avete le chat di Whatsapp intasate di montaggi in cui Andrea Bocelli viene perculato in ogni modo ma quella dai è cecità è meno pesa?). Questa Rivoluzione d’Ottobre digitalizzata non è altro che una gangbang di autocelebrazione conformata alla massa, la cui iperbole orgasmica è il retweet di profili simpaticoni con qualche migliaio di fan in più.

Sanremo può non piacere (e ci mancherebbe), ma in quel caso fate altro. Ci sono un sacco di libri da leggere, strumenti da suonare, concerti da vedere, film da riguardare e donne/uomini da conquistare. Ingobbirvi sul telefono dandovi cinque alti virtuali per il vostro comune dissenso non aumenterà la qualità del vostro tempo libero. Giuro.

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10 tipi di sportivi post-vacanza

Prima di essere una stagione dell’anno, l’estate è innanzitutto uno stato mentale. Gioia, spensieratezza, senso dell’avventura? Cazzate. L’estate è sopra ogni cosa una resa senza condizioni alle nostre debolezze.

C’è un sottile sentimento di lassismo autolesionista nella stagione calda che fa si che tutti gli sforzi fatti durante l’anno per rimettersi in forma, entrare nei vestitini di cotone o eliminare vizi di varia natura vengano meno in quelle poche settimane di vacanze di agosto.

Diete, fioretti, jogging selvaggi a due giorni dalla prova costume, sono solamente crediti da giocarsi con la nostra coscienza per scolarsi una birra in più in spiaggia (“Ho corso sul tapis roulant per 8 mesi, una birretta in più me la posso pure concedere no?”) o ingollarsi interi silos di gelato alla gianduia.

Sportivi post-vacanza
Secondo dati Ho Chiesto A Diversi Amici, il 90% di voi è andato in posti dove sì il mare è bello sì i paesaggi sono mozzafiato sì la cortesia della gente ma la cucina locale è annoverata dal Consiglio per la sicurezza Nazionale come nemico della democrazia e dei vostri jeans ultra skinny che fino a giugno vi calzavano come un guanto. Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Grecia, Spagna o Berlino che sia (Berlino, esatto. Come sapete la gente oggi non va in Germania, va a Berlino) il fil rouge delle vostre vacanze è stato questo SMS inviato agli amici rimasti in citta: Sto mangiando come un cinghiale, da settembre torniamo in palestra.

Eccoci qui, allora.

Il 70% del fatturato annuo delle palestre si materializza proprio adesso, quando neanche gli specchi magici di H&M possono più mentire sulla propria forma ellittica, e la reazione è una sola: da lunedì comincio con la palestra / il calcio / la danza / una forma qualsiasi di hobby brucia calorie. Ovviamente i (buoni) propositi essendo tali durano di norma quanto un governo della sinistra: poco e male.

Le tipologie di sportivi post-vacanza sono decine, ma per facilitare la digestione di questo ennesimo boccone di troppo le ridurremo a 10.

1) I Corridori – I corridori last minute li riconosci prima ancora che dalla corsa dal loro abbigliamento. Indossano maglie di gruppi o di squadre da calcio e calzano sneakers. Spesso sfoggiano occhiali da sole e uno smartphone in mano, con il quale alla fine del primo giro si faranno autoscatti per condividere con gli amici quella pazza esperienza. Raggiunti i 30 like abbandonano l’attività.

2) I Gym Tonic – La piccola Jane Fonda che si allena esausta nel cuore di tutti noi ogni tanto alza la voce e ci spinge a poggiare il nostro drink e a muovere il culo in una palestra attrezzata fino ai denti. Ovviamente la funzione di gran parte dei macchinari è oscura ai più e ci si rassegna rapidamente all’allenamento preimpostato del tapis roulant e della cyclette. Presi a schiaffi dalla noia già al secondo allenamento, difficilmente ci si ripresenta al terzo.

3) I Falcão – Questa categoria prende il proprio nome dal brasiliano Alessandro Rosa Vieira, meglio noto appunto come Falcão, a detta di molti il miglior giocatore al mondo di calcio a 5. Dopo i primi successi fu chiamato da una delle squadre di calcio a 11 più forti del Sud America, il San Paolo. Purtroppo il campo grande e le corse estenuanti non erano sostenibili per il minuto Alessandro, che tornò mesto alla sua categoria di competenza. Fanno parte di questa categoria tutti quelli che si danno al calcio per sgranchirsi le gambe con gli amici. Sfiancati, in breve passano al calcio a 7, e in men che non si dica eccoli alle prese col calcio a 5, dove gli scatti e le progressioni sono ridotti a livello “teenager ai primi giorni di saldi”. In poco tempo anche questa categoria diventa troppo estenuante e l’unico calcio giocato sarà quello dell’XBox.

4) I nuotatori – Forse i più pericolosi. Generalmente desistono quando vedono che tipo di costume e cuffia bisogna indossare in piscina. Se non lo fanno, smettete di frequentarli. Chi va in piscina parla solo di quanto gli faccia bene e di quanto si sentano più tonici da quando nuotano. In realtà stanno cercando di convincere loro e non voi stessi.

Sportivi post-vacanza
5) Gli Audaci – Stanchi dei noiosi sport mainstream, questi sportivi post-vacanza spulciano la rete alla ricerca di attività fisiche innovative e cool. Che sia rugby sui pattini, parkour o cross-fit non importa. L’importante è avere l’attenzione di tutti quando li si racconta al bar. Di solito una frattura scomposta o una lesione articolare riducono velocemente gli entusiasmi.

Sportivi post-vacanze
6) Gli Old School – Appassionati di skate, roller, biciclette, pattini e surf, unitevi!  Scordatevi le rotule e le clavicole sfondate che vi avevano costretto a 16 anni ad appendere le ruote al chiodo, cosa c’è di meglio di uno sport ad alta velocità che richiede equilibrio e pratica costante?

Sportivi post-vacanza
7) I Combattenti – Una generazione cresciuta con schiaffi nei cartoni, schiaffi nei film, schiaffi a scuola e schiaffi all’autostima non poteva che crescere con il mito del Ju Jitsu e del Muay Thai. Cinghiamattanza a parte, ogni disciplina di schiaffi ha una sua cultura e dignità, ma possiamo anche sbattercene delle radici culturali e pestarci come non ci fosse un domani in nome del fitness (“Un tizio aveva il culo che sembrava pasta lievitata. Dopo qualche settimana era scolpito nel legno” cit.). Gli specialisti di rinoplastica ringraziano.

Sportivi post-vacanza

8) I Combattenti 2.0 – Dopo il Mixed Martial Arts vale tutto. La ricerca delle arti marziali più esclusive non conosce limiti, e gli adepti di queste guardano i semplici Combattenti con la stessa tenerezza con cui voi guardereste il video di un piccolo riccio che abbraccia un cucciolo di panda che accarezza una gang di gattini grandi come un palmo di mano mentre due anziani si danno un bacio dandosi la manina.

Sportivi post-vacanze

Japanese Neon Lamp Fights. Esiste davvero, giuro.

9) I Danzatori – La danza non sarà un vero e proprio sport, ma esiste Beyoncé. E da quando esiste Beyoncé tutto ciò che fa Beyoncé va bene se questo vuol dire essere Beyoncé o anche solo assomigliare a Beyoncé. Beyoncé, ragazzi..

10) I Peronisti – intesi come cultori della birra Peroni, e non effettivamente del caudillo argentino, i Peronisti sono gli sportivi più sinceri. Parlano di future attività fisiche mentre scolano la terza birra della mattinata, si ripromettono di dare una svolta alla loro sedentaria vita ipercalorica, ma alla fine rimangono fedeli alla linea (curva) e risultano sorprendentemente i più felici di tutti.

Sportivi post-vacanze
Che poi per evitare di parlarsi addosso ripromettendosi cambi irreali di stili di vita basterebbe solo un po’ di buon senso. Pasti regolari, un po’ di dinamismo e un consumo moderato di alcoolici. Oppure gettare la bilancia vestirsi largo come nemmeno 2Pac oserebbe e stapparsi cartuccere di birre alla salute di James F. Fixx, inventore del jogging, morto di infarto mentre faceva jogging.

E poi dicono che le startup migliorano la vita.

La colpa dei contributi foto e video è di Mindtapes

Un letto estraneo

Mi sveglio in stato confusionale in un letto che non conosco.

Non so chi sia la persona che mi dorme vicino e non ricordo nulla di cosa sia successo nelle ultime ore. Mi infilo di soppiatto i vestiti per uscire da lì il prima possibile, quando squilla il cellulare. Pare non abbia sentito quindi azzero la suoneria e mi avvio in punta di piedi verso la porta della cucina. O quella che spero sia la cucina. O un cesso. O un posto dove non ci siano peli di cane e senso di colpa. Trovo una specie di soggiorno. Ovunque odore di torneo alla playstation. Quel fetore che solo chi ha convissuto con chi ha sudato, fumato, rovesciato birre e assunto droghe giocando a pes per giornate intere può riconoscere. Cerco al buio i miei vestiti, e trovo solo la camicia e una scarpa. Non riesco a focalizzare bene. Chi? Dove? Come? PERCHE’?

un-letto-estraneoNon deve essere andato tutto liscio perchè nel corpo ho una mappa di lividi così dettagliata da poter metter tre carri armati sul Siam. Mi siedo su quello che una volta era probabilmente un divano e cerco di ricostruire. L’alba sembra ancora lontana (le quattro? le cinque? meglio non saperlo). Una sigaretta lasciata da qualcuno nel posacenere. Mi schifa il solo pensiero ma magari accenderla mi aiuterà a calmarmi e a riflettere. Rubo un fiammifero da una scatola dimenticata sul tavolo e nel bagliore vedo i miei jeans sotto il tavolo. Manca la cintura. Ma il portafogli c’è. Controllo al tatto quante banconote ci sono e capisco che per qualche giorno dovrò saltare la colazione al bar.

Mi affaccio. Getto il mozzicone in strada e cerco di capire in che parte della città sia. Quartiere anonimo, medio borghese, poche macchine in transito e primi uccellini che danno il buongiorno a chi di avere il buongiorno ne farebbe volentieri a meno. Davanti al portone vedo il mio scooter. Pare essere ok. Forse non ho guidato io. Con i piedi scalzi tocco qualcosa. E’ ricamato, ha una forma irregolare.

Deve essere il mio reggiseno.

Lo è.

un-letto-estraneo-confusioneLo indosso, mi infilo  i jeans senza mutande e decido di svegliare quel cazzone che russa placido nel letto per chiedere dove cazzo siamo e come cazzo siamo finiti lì.

Mi avvicino alla stanza da letto, quando la mia attenzione viene catturata da una luce debole che penetra dalla fessura di una porta rossa. E’ tappezzata con foto di giovani star, ma non riesco a distinguerne i volti. Mi avvicino. Apro piano cercando di fare meno rumore possibile. Illuminata da una lampada notturna, di fronte a me compare la stanza di una bambina. Una bambina che dorme silenziosa sotto un piumone con dei personaggi disney stampati sopra. “Quel figlio di puttana ha una figlia. Quel figlio di puttana si porta la gente a casa mentre sua figlia dorme nella stanza di fianco”. Rimango sconvolta pensando alle condizioni della casa in cui quella ragazzina è costretta a vivere. Non riesco a smettere di guardarla, e per un attimo ho la tentazione di svegliarla e portarla via. Di bere con lei un succo di arancia in una terrazza sul mare e di passeggiare in un parco insegnandole i nomi degli alberi. Il rumore di una motocicletta deflagra improvvisamente dalla strada. La bambina ha un sussulto e si rigira ancora con gli occhi chiusi nel letto. In un istante troppo lungo per non esserne angosciata e troppo breve per evitarlo apre gli occhi. Mi osserva per qualche secondo cercando di mettermi a fuoco.

Ha una mia foto sul comodino.

Ci ritrae in costume sulla costiera amalfitana.

L’anno scorso. Forse due anni fa. Ora ricordo.

“..Mamma?!”

“Sì amore sono io. Ma ora rimettiti a dormire. Domani ci aspetta una lunga giornata”

(this) vuole esprimere a suo modo la propria solidarietà verso chi è affetto da malattie oggi incurabili come l’Alzheimer. A seguito delle recenti notizie di cronaca nera e delle ultime insensate sparate fantascientifiche, vogliamo anche (per quanto possa contare) dimostrare la nostra stima verso chi si prende cura dei propri cari affetti da questo morbo.

Ho usato WeChat per una settimana ma continuo a non capire il sexting

Da quando sono bambino ho il timore che qualche sconosciuto possa regalarmi delle caramelle drogate. Crescendo, a dire il vero, ho iniziato a sperarci, ma ho visto troppi film horror e Tg1 per non temere di svegliarmi nel letto di uno psicopatico nudo e armato di machete che cerca di convertirmi al Movimento 5 stelle. Non che non sia successo, sia chiaro, ma non credo vi interessi come investo con Favia la paghetta il mercoledì sera.

Ad ogni modo, ogni volta che un estraneo mi propina qualcosa (un drink, un cinque alto, un’opinione) non riesco a non essere imbarazzato. Succede anche con i consigli dei commessi. Figuriamoci con le foto di tette e culi.

Uno sconosciuto

Uno sconosciuto

Faccio però un passo indietro.

Una settima fa, dopo un massacro mediatico da campagna elettorale pre-par condicio scarico l’app di WeChat. Subisco sempre le pubblicità martellanti, specie se sopra la scrivania ho almeno tre foto della testimonial nuda lo spot è girato molto bene. Negli anni ’90 non scelsi a caso Omnitel come compagnia telefonica (Ciao Megan, come stai? Ti ricordi di me?). Dalla scorsa estate prima Messi e poi Belen Rodriguez hanno invaso il mio spazio televisivo protetto (contestualizzato tra la puntata di Futurama e quella dei Simpson) con i loro spot martellanti. Belen, per chi se la fosse dimenticata, è questa qui. Complice un momentaneo crash di Whatsapp vado fiducioso nello store e scarico l’app. Fin qui tutto bene. Apro, inserisco i miei dati, mi registro, e gli concedo pure di controllare la mia rubrica. Metti che quelli con cui stavo organizzando il calcetto sull’altra app fossero anche lì..

Lo scenario era invece sconsolante. Una notte buia e tempestosa 2.0. Una specie di Google+ versione instant messaging. “4 dei tuoi 327 contatti in rubrica hanno già WeChat. Comincia a chattare!”. Nessuno di loro, per la cronaca, aveva completato l’iscrizione. Demoralizzato, capisco che quella settimana non avrei potuto far parte del match al Dopolavoro. Di certo una delle peggiori perdite per il mondo del calcio dai tempi del prematuro addio di Van Basten.

Appoggio il telefono e continuo a menomare zombie alla Xbox. Dopo pochi minuti vibra tutto.

“Ciao! Kurioso il tuo niknameeeee!! kome ti khiami??” (N.d.A. sono serio, k e h insieme)

Una tipa che aveva messo la foto di sua madre in reggiseno mi stava scrivendo. Le rispondo perplesso. Non mi pareva di conoscere il nome.

“Ciao.. Lo strano niK è il mio nome. Tu chi sei?? Ci conosciamo?”

“AAHAHAHAHAHAAHAH ma daiiiiiiiiiiiiiiiii!!! Nn dirmi ke sei nuovo! Io sono  ***** piacere. D dv 6?”

“Ciao *****. Bologna e sì, temo di essere un novellino. Ma il numero 66 nel tuo nick cosa rappresenta? Il tuo sostegno alle Pantere Nere? Un accenno di satanismo borghese? Curiosa anche la tua foto, tua madre deve esser stata una gran bella donna”.

Una volta letti i 75 messaggi di insulti successivi capisco che ***** ha 47 anni e le garba farsi selfie al cesso in reggiseno. A occhio e croce non disdegna neanche il salame di cioccolata e le ciambelle.

Imparo così che WeChat, prima app di messaggistica in Cina e prima per aumento download anche in Europa è un ibrido tra Whatsapp, Badoo e Chat Roulette. Qualcosa di simile a Tinder e Grindr, ma molto più pettinata. In sostanza esiste un’opzione, “Persone Vicine”, che localizza la tua posizione e ti mostra tutti i single ingrifati gli utenti nei paraggi. Selezioni il sesso di chi vorresti conoscere (al netto di maschi gay e transgender che si registrano come donne, quei burloni), vedi chi è più vicino, gli fai le quattro domande standard (nome, provenienza, impiego, situazione sentimentale) e poi se pronto a, tipo, boh. Citofonare nella notte a casa sua presentandosi come Alex83? Mandare foto compromettenti con cui spassarsela il giorno dopo nei cessi dell’ufficio? Intrecciare rapporti epistolari infiniti sul cinema di Fassbinder con gente che non hai visto e non vedrai mai?

Evidentemente sì. Tutte e tre le cose. Insieme. L’invio di selfie al cesso è lo standard per tenere sul pezzo l’interlocutore. Una tetta se non rispondi per 30 minuti. Due per un’ora. Culi con mutandazze bianche se ti sei azzardato ad andare a lavorare e non le hai risposto per un giorno intero, che così “vedi che ti sei perso”. “Pivello”. Sexting si chiama. Mandare cioè messaggi sconci con foto hot a gente (s)conosciuta per noia e diletto. Ma sono sicuro che non vi sto dicendo nulla di nuovo, brutti maiali.

Ho usato WeChat per una settimana ma continuo a non capire il sextingPoco dopo mi scrive #####96

“Ciaooooooooo!! Che bella la tua foto di che zona sei??! Anche tu fai il classico al Minghetti?”

Ecco per l’agente della polizia postale che sta leggendo tutto ciò, io a lei non ho risposto. Sia chiaro. Anche se nella foto dimostrava ben più anni, agente. Anche se pure lei, al mio posto.. Va bene ma sua figlia non lo farebbe mai.. Di che anno ha detto che è la sua figliuola? Molto bene. Va al Minghetti immagino..

Per farla breve, nel giro di una settimana vengo importunato da:

– Madre 50enne che cercava nuovi posti (??) dove trovare un nuovo padre (?????) per suo figlio calciatore (allegati: foto di talentuoso figlio, video di gol di talentuoso figlio, cassetto biancheria)

– Studentessa 18enne di istituto tecnico (ma vicino casa mia non esiste nessun istituto tecnico!! che razza di geolocalizzazione è??) con la passione per la pubblicità (allegati: foto di tavole grafiche, foto di biancheria su tavole grafiche, foto di biancheria su ragazza 18enne)

– Operaia cassaintegrata 39enne che si demoralizza appena scopre che ho un lavoro e smette di scrivermi (allegato: rancore)

– Groupie 29enne interessata a cosa penso quando compongo (?) la mia musica (???) (allegato: video youtube di un suo live a San Polo Matese)

– Numero 4 studentesse fuorisede in paranoia per l’esame

– Numero 3 ragazzi che “scusa pensavo fossi una ragazza però ciao, già che ci sono, piacere”

– Numero 1 trans (che, per dovere di cronaca, ha subito ammesso le sue intenzioni. In maniera piuttosto sfacciata, ma le ha ammesse)

– Numero 2 commesse di negozi sotto casa in pausa pranzo (“Che taglia porti?”)

– Numero 4 indecise che han chiesto di contattarmi ma non mi hanno mai più scritto

In tutto questo trambusto, un 80% di “persone vicine” che scrivevano in cinese e che avevano facce tipicamente cinesi. Probabilmente, ho dedotto, cinesi.  Tutt’ora, controllando, la statistica dà ragione a loro. Sono molti di più. Ai miei amati complottari l’onere di far luce su questa anomalia.

Stanotte è una settimana che sono iscritto a WeChat. Domani la cancellerò. Non sono stato un degno interlocutore dato che nessuna Jemma91 mi ha citofonato e il cinema di Fassbinder lo reputo sopravvalutato. Non sono riuscito a contattare Belen e nemmeno Messi. Probabilmente faccio parte di una sacca generazionale che è condannata a non godere dei vantaggi della chat porno (troppo vecchio e snob per le chat di MTv a fine anni ’90, troppo giovane per Badoo oggi).

Per fortuna ho riavviato il telefono e Whatsapp si è rianimata. Ci siete ancora ragazzi? A che ora per il calcetto?

Come sempre ringrazio Mindtapes per i preziosi contributi fotografici

Cosa si nasconde dietro le feste Erasmus

Il seguente pezzo narra le vicende di un vecchio amico di (this), Tommy. Qui e qui potete leggere le sue passate avventure su queste frequenze. Non c’è bisogno che vi dica che il suo linguaggio e i suoi atteggiamenti razzisti e omofobi potrebbero urtare la vostra sensibilità. Quindi se preferite una lettura più costruttiva vi linko qui il blog di Selvaggia Lucarelli. Godetevelo tutto.

P.S. Se siete studenti Erasmus leggete solo i grassetti. Apprezzerete di più la vostra condizione attuale e forse non soffocherete il vostro compagno di stanza Jerman con un cuscino di Snoopy dopo che vi ha rubato l’ultimo grammo di afghano.

C’è stato un periodo, nella mia vita, in cui ero convinto che andare alle feste Erasmus fosse una figata pazzesca. Tutta quella gente da ogni parte del mondo che scambiava saperi ed esperienze come liquidi seminali in una gita scolastica mi faceva sentire un novello Marco Polo in un mondo multietnico, colorato, linguisticamente stimolante e sociologicamente necessario.

Al tempo frequentavo i corsi di semiotica, e come ogni studente di queste materie ero convinto che il mondo fosse realmente interessato alle teorie più esplorative della filosofia del linguaggio e della glottologia. Mi riempivo la testa di autori assurdi e teorie ingiustificabili per fare colpo sulla candidata della serata, andavo nella casa di turno e dopo qualche sorso di cocktail preparato sulla scrivania di una tripla a 250€ al mese spese escluse ero in pista di lancio per la conquista intellettuale.

Mi chiamo Tommy, ho ormai raggiunto la soglia dei 30 anni e da almeno 7 ho capito che gli studenti Erasmus sono la metastasi del cancro che lentamente ucciderà la nostra generazione. Una generazione cresciuta con il mito dell’Unione Europea e della cooperazione tra Stati per la valorizzazione delle risorse locali. Un cancro alimentato dall’edonismo promiscuo degli ultimi anni ’80 e dall’entusiasmo yuppie di una novella società post-sovietica che ancora non aveva considerato pro e contro di una libertà intellettuale acerba e ostinatamente localizzata. Chi parte per l’Erasmus a 20 anni vuole affermarsi come uomo di mondo ma finisce come tutti a studiacchiare per esami facilitati e a partecipare a feste orgiastiche benzinate a vino low cost e gente scalza che suona strumenti del proprio Paese.

Al primo anno di università facevo fatica a conoscere gente. I ragazzi autoctoni erano ancora schierati a testuggine tra di loro per l’entusiasmo delle scorribande condivise al liceo, mentre i fuorisede tendevano a fare gruppo per sostenersi e fingere di non avere nostalgia dei loro campi arati e delle feste del patrono di paese. Io vengo da uno squallido paesino del nord ovest e il mio concittadino che ha viaggiato di più è Enzo il fattore che tutte le settimane andava in città a comprare giornalini porno e birra estera per noi ragazzini entusiasti. Per ambientarmi meglio nella città ho cominciato a partecipare a feste di matricole ed Erasmus. Un bel paradosso a pensarci oggi perchè di tutti quei neomaggiorenni che stappavano birre calde e parlavano delle differenze tra una regione e l’altra ben pochi sapevano anche solo dove si trovasse il palazzo del comune o la biblioteca pubblica. Ho vivacchiato così per gli anni necessari, e una volta ottenuta la laurea son tornato a casa dei miei genitori. Anni belli, a pensarci bene, ma comunque filtrati dagli occhi di un ragazzetto amico delle droghe e per nulla oggettivo nei giudizi. Lunedì scorso sono tornato qui. Sette anni dopo. E sono finito in una festa Erasmus. Questo è quello che è successo.

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La spesa del perfetto Erasmus: Baci Perugina, tre bottiglie di limoncello e due confezioni di preservativi extra resistenti

Sto comprando birre in un supermercato del centro, già in ritardo per incontrare i vecchi compagni di studio. Siamo tornati in città per un week end revival: il programma è andare nel nostro pub di fiducia e raccontarci storie dei tempi dell’università, aggiornandoci sulla nostra vita attuale. Una bella merda a pensarci bene dato che nessuno di noi ha un lavoro che rimarrà lo stesso dopo i 6 mesi di contratto di apprendistato e le storie dei tempi dell’università le conosciamo già tutti. Oltretutto siamo già amici su Facebook quindi sappiamo abbondantemente i cazzi degli altri. L’unico ad avere una fidanzata è Antonio da Messina che si è congedato da lei con una scusa tipo vado a seguire un corso di aggiornamento. A luglio. Di sabato.

Mentre conto le monete per pagare le Peroni butto un occhio alla spesa delle tre tizie davanti a me. Sono tre spagnole bellocce, avrano sì e no 24 anni, e la loro spesa comprende tre bottiglie di limoncello cioccolatini e alcuni pacchi di preservativi. “Wow – penso – le ragazze sì che sanno come si organizza una festa cazzuta”. Prima che me ne possa rendere conto sono fuori dal supermercato a fumare con loro. Il sole batte forte, io lo spagnolo manco lo capisco, ma il messaggio è chiaro. Stanno festeggiando la despedida dal loro anno di Erasmus. Torneranno in Spagna a giorni. Un peccato perchè “a noi gli italiani piacciono tantissimo e vorremmo venire qui a trovare lavoro“. In bocca al lupo penso e intanto sono già in strada per casa loro, ospite improvviso di una festa di despedida che neanche so bene cosa voglia dire ma ci sono cioccolatini e limoncello quindi perchè no. I miei vecchi amici li ho liquidati col vecchio trucco del non ti rispondo alle chiamate. Hasta luego.

Mentre cammino ignorando ciò che dicono nella loro lingua penso che se ricordo bene le feste di studenti e soprattutto quelle Erasmus sono grosso modo così:

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Fucking Erasmus

Quello che invece mi ritrovo davanti è una mansarda soffocante piena di neomaggiorenni biondi o troppo poco biondi, intenti ad addentare manciate di patatine e a tracannare quella che loro chiamano la miglior sangria che berrai mai. L’aria già pesante è stuprata da musica folk cilena, Bella Ciao dei Modena City Ramblers in almeno tre lingue diverse e svariati pezzi di Manu Chao che forse anche lui si è dimenticato di aver composto o comunque non ne va certo orgoglioso. La padrona di casa è una tedesca scalza che gira per la casa brandendo un cannone grosso come un femore che premurosamente chiede a tutti gli invitati chi cazzo siano. Io sto cercando di capire quale tra i vini appoggiati sul tavolo di plastica non provenga dallo scaffale di un pakistano mentre perlustro con lo sguardo la stanza in cerca di qualche sguardo complice. Contro ogni aspettativa non c’è il santone bianco coi rasta, ever green tragicomico di ogni festa di studenti international che dispensa racconti e suggestioni su come la keta cingalese sia in effetti ottima per raggiungere il nirvana dovreste provare una volta cioè pazzesco non sai che viaggio.

Mi soffermo su un cinquantenne sudato che fuma un sigaro alla vaniglia da pochi spiccioli mentre cerca di convincere una ventitreenne che sul serio è uno scrittore e sul serio ha pubblicato diverse cose. Parla con la bocca impastata e si esprime così male che mi viene la curiosità di sapere se davvero la sua mano abbia regalato qualcosa ai posteri che non sia un abuso premeditato. Decido di scambiarci quattro chiacchiere. Pare venga da Roma ed è in città per seguire la tournee di suo figlio attore di teatro fisico che performa arti figurative immaginarie. Non so cosa stia dicendo e quando capisco che si scoperebbe anche me mi dileguo con una scusa.

Nel frattempo la padrona di casa si sta facendo spogliare con la scusa di un gioco alcoolico da due bosniaci con una evidente erezione che spunta dai loro shorts di triacetato. Le spagnole stanno cantando a cappella un coro della loro tradizione contadina e un calabrese con i peli che escono dal colletto della maglietta batte le mani a tempo, convinto di conquistare così la benevolenza necessaria a strappare la sega di fine serata. Un francese le accompagna ticchettando una lattina di birra con l’unghia del dito indice.

erasmus-party

Fai pace con questa cosa. E’ così.

Dopo oltre due ore di “In Italia è così” “In Austria è così” “In Francia è così” e di battute su costumi e cibi tipici mi sento già abbontamente sazio. Ho subito palpeggiamenti da una albanese che parlava con forte accento abruzzese e ho ascoltato tutte le motivazioni di una separazione tra un milanese e una napoletana con problemi di legnosità a letto. Il vecchio pederasta romano è tornato alla carica con una irlandese di 22 anni invitandola a Gabicce dove pare si beva il miglior Bellini della riviera e lui queste cose le sa perchè sa godersi la vita. Le tre spagnole stanno clamorosamente lesbicando tra loro mettendosi baci perugina ovunque succhiando limoncello. Alla fine lo sapevano davvero come organizzare una festa. L’argomento più stimolante affrontato durante la serata è stato il monologo di un texano che si vantava di aver ucciso durante un viaggio in Asia cuccioli di panda per diletto della sua consorte 45enne. Io nel dubbio me la squaglio.

Uscendo dalla casa controllo il cellulare. 32 chiamate dagli amici al pub. Li ho fatti aspettare abbastanza. Mi incammino con le mani nelle tasche verso ciò che nella vita conta di più:

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Grazie come sempre a Mindtapes per i preziosi contributi offerti